Telecom tra banche e bande
Il gioco dell’oca di certo capitalismo italiano è diventato monotono, oltre che inefficiente e penalizzante per il paese. Al netto di piccole variazioni sul tema, funziona così. Alla casella di partenza, la grande impresa pubblica viene privatizzata in nome dell’efficienza. Quando si trova nella casella intermedia, l’impresa privata vivacchia senza fare sfoggio di particolare efficienza, spesso dilapida risorse e occasioni. Alla casella d’arrivo, dell’impresa privata s’invoca una ri-pubblicizzazione in nome dell’interesse nazionale e perfino dell’efficienza economica.
10 AGO 20

Il gioco dell’oca di certo capitalismo italiano è diventato monotono, oltre che inefficiente e penalizzante per il paese. Al netto di piccole variazioni sul tema, funziona così. Alla casella di partenza, la grande impresa pubblica viene privatizzata in nome dell’efficienza. Quando si trova nella casella intermedia, l’impresa privata vivacchia senza fare sfoggio di particolare efficienza, spesso dilapida risorse e occasioni. Alla casella d’arrivo, dell’impresa privata s’invoca una ri-pubblicizzazione in nome dell’interesse nazionale e perfino dell’efficienza economica. Telecom non fa eccezione, se il termine “ri-pubblicizzazione” è inteso in senso lato: indicando con esso non soltanto le velleità apertamente statalizzatrici, ma anche le invocate stampelle esterne di fattura pubblica e infine l’uso contundente della legiferazione per non far passare il capitalista straniero di turno.
Quando il 23 settembre scorso il gruppo spagnolo Telefonica annunciò l’accordo raggiunto per salire in Telco, holding di controllo dell’italiana Telecom, i primi segnali da governo e Parlamento sembrarono replicare il solito tic protezionistico. Poi però il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha mantenuto una linea di cauta apertura a Telefonica. Ieri ha ribadito che il governo è “in campo” rispetto alle sorti della rete telefonica, considerata strategica, ma nel frattempo ha dato una delusione a chi d’un tratto voleva modificare la legge sull’Opa, rendendo più difficile la scalata degli investitori iberici. Certo, c’è chi non ritiene genuine le ragioni liberoscambiste del premier, e punta il dito su accordi sotterranei di vario tipo. Il sospetto è che tutto sia lecito pur d’aiutare Intesa Sanpaolo, Generali e Mediobanca, stufe di buttare soldi in Telco e ben disposte a passare il testimone. Né d’altronde questo governo, che con un decreto di quelli che si usano “nei casi straordinari di necessità e urgenza” ha deciso di rivalutare entro 60 giorni le quote di capitale di Banca d’Italia ferme dal lontano 1936, è al di sopra di ogni sospetto. In quest’ultimo caso, per esempio, dietro il rush riformatore così repentino (anche se il voto del Parlamento è slittato a gennaio), c’è “un regalo alle banche”, ha scritto Luigi Zingales sul Sole 24 Ore: con un solo tratto di penna, si ricapitalizzano infatti Intesa (che ha il 30,3 per cento di Palazzo Koch) e Unicredit (22,1). Dunque non è così improbabile – faceva capire ieri Mucchetti in un raffinato tandem con il Fatto che lo intervistava – che nell’ultima puntata della saga Telecom si nasconda un altro favore di Letta a Intesa&co. (Col risultato sorprendente che il grande vecchio della finanza, Giovanni Bazoli, scopre un nuovo avversario polemico nell’ex corrierista Mucchetti). Senza contare – aggiungono i critici – che Telefonica è parecchio indebitata anch’essa, dunque tutt’altro che interessata a promuovere lo sviluppo di Telecom.
Sarà, eppure il partito trasversale che si oppone alla calata degli spagnoli, incluso l’ex presidente Franco Bernabè, quale valida alternativa propone? L’aumento di capitale, dicono. Però auspicarlo in un’intervista è facile, convincere gli azionisti a metterci i soldi è un altro paio di maniche. In seconda battuta c’è il solito aiutino di stato, via Cassa depositi e prestiti o F2i. Ma con quale garanzia che non si trasformi nell’ennesimo onere per il contribuente, peraltro difficilmente decisivo in epoca di operazioni e fusioni miliardarie a livello globale nelle Tlc? Infine, c’è pur sempre il Vietnam giuridico da aizzare per cambiare le regole in corso d’opera e ostacolare l’intruso senza passaporto italiano. Di ragioni plausibili per percorrere queste strade se ne possono trovare in quantità. A patto di rimuovere del tutto una regola semplice: quella per cui alla malagestione di un’impresa dovrebbero corrispondere perdite di mercato. E così, tutelando da anni un capitalismo straccione e senza idee, proteggendo un paese dalle deboli infrastrutture di mercato, si spera di tornare anche stavolta alla casella di partenza. Mentre però le regole del gioco attorno a noi sono cambiate radicalmente.